Sublimazione e rimozione nella creatività

Nel celebre saggio su Leonardo Da Vinci, Freud afferma che essere figlio illegittimo privò Leonardo della presenza del padre, e la madre concentrò tutte le proprie attenzioni sul bambino; per questo motivo il bimbo ebbe una maturità sessuale precoce, che lo portò ad esplorare la realtà: “l’istinto di guardare e l’istinto di conoscere furono più fortemente stimolati dalle impressioni della prima infanzia; la zona erogena della bocca ebbe un rilievo che mai in seguito avrebbe abbandonato”. Il meccanismo della rimozione impedì al giovane Leonardo di avere una vita sessuale appagante, tanto che Leonardo praticò l’astinenza: attraverso la sublimazione però egli poté dirigere la propria curiosità verso la ricerca e il sapere, e quindi eludere la rimozione: ”Leonardo emerge dall’oscurità dell’infanzia come un artista, un pittore ed uno scultore, grazie ad un talento specifico che può essere stato rafforzato dal precoce risveglio nei primi anni d’infanzia della sua pulsione di guardare. Saremmo felicissimi di spiegare come l’attività artistica nasca dagli istinti primitivi della mente, se la nostra abilità non venisse meno proprio a questo punto. Dobbiamo accontentarci di mettere in rilievo il fatto, oramai certo, che quanto un artista crea costituisce nello stesso tempo uno sfogo per il desiderio sessuale”. La tesi freudiana è quindi che la creazione artistica nasca dalla sublimazione delle pulsioni sessuali. Queste pulsioni, tuttavia, non devono essere totalmente represse, perché la sublimazione avviene se la pulsione sessuale è in qualche modo liberata, altrimenti, come dimostra la biografia di Leonardo, si assiste a  un ulteriore cambiamento nella persona. Dalla sublimazione artistica il grande pittore, infatti, passò alla ricerca teorica, ad essere quindi artefice in qualche modo di una “seconda sublimazione”. Questa ricerca sulla realtà, sulla natura, sulla scienza aveva comunque, secondo Freud, alcune caratteristiche tipiche dell’inconscio, era infatti ostinata, spasmodica, era insomma la manifestazione dell’ ”incapacità di adattarsi alle circostanze reali”.

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