Paesaggio interiore

Che cos’è il paesaggio interiore? Qui un brano di Mary Shelley che mi ha ispirato nel tentare di trovare una definizione.

Trascorsi il giorno seguente vagando per la valle. Mi fermai alle sorgenti dell’Arveyron, il quale prende origine da un ghiacciaio che sta calando lentamente dalla cima delle colline fino a sbarrare la vallata. Le ripide pendici delle grandi montagne si paravano davanti a me; la muraglia gelata del ghiacciaio mi sovrastava; pochi pini stentati erano sparsi qua e là; il solenne silenzio di quella gloriosa sala delle udienze della natura imperatrice era rotto solo dall’acqua che scorreva, o dalla caduta di qualche gigantesco blocco di ghiaccio, dal tuono della valanga o dal crepitio riecheggiante tra le montagne del ghiaccio accumulato, che, tramite il lavorio silenzioso di leggi immutabili, di tanto in tanto si crepava e si spezzava come un giocattolo nelle loro mani.

Quei panorami sublimi e grandiosi mi fornivano il più grande conforto che ero in grado di ricevere. Mi innalzavano di sopra di qualunque meschinità di sentimento; e anche se non cancellavano il mio dolore, lo attenuavano e lo calmavano. In una certa misura, inoltre, distoglievano la mia mente dei pensieri su cui avevo rimuginato durante l’ultimo mese.

La sera mi ritirai per riposare; e il mio sonno fu, per così dire, assistito e protetto dall’assemblea di forme maestose che avevo contemplato durante il giorno. Mi si raccolsero intorno; la colata della montagna, il picco scintillante, i boschi di pini, la forma aspra e spoglia; l’aquila, che si levava tra le nubi-si radunarono tutti attorno a me e mi augurarono la pace.

Dove erano fuggiti il mattino dopo, quando mi svegliai? Tutto ciò che mi aveva risollevato lo spirito si era dileguato insieme al sonno, e una cupa malinconia offuscata ogni mio pensiero. La pioggia scrosciava torrenti e una fitta nebbia nascondeva le cime dei monti, al punto che non riuscivo nemmeno a vedere i pini, maestosi amici. Ciononostante, avrei penetrato il loro velo nebbioso e sarei andato a cercare nel rifugio tra le nuvole. Cos’erano per me vento e tempesta? Mi portarono il mulo davanti alla porta e decisi di salire fino alla cima del Montanvert. Ricordo l’effetto prodotto sulla mia mente la prima volta in cui vidi quell’immenso ghiacciao in perenne movimento. A quell’epoca mi aveva colmato di un’estasi sublime, che aveva dato ali alla mia anima e le aveva permesso di liberarsi sopra il mondo oscuro, verso la luce e la gioia. La contemplazione di tutto ciò che vi è di terrificante e maestoso in natura aveva sempre avuto il risultato di elevarmi la mente, e di spingermi a dimenticare le preoccupazioni effimere della vita. Decisi di andare senza una guida, perché conoscevo bene il sentiero e la presenza di un’altra persona avrebbe infranto la solitaria grandiosità del paesaggio.

da Frankenstein, di M. Shelley