“La mia ricerca si concentra sulle condizioni inerenti la nostra società altamente industrializzata che affligge artisti, terapeuti e pazienti, condizioni che deprivano le persone delle opportunità di azioni costruttive che confermano il loro senso di autonomia del sè. Queste condizioni generano un senso pervasivo di depersonalizzazione e alienazione che affligge tutti. L’alienazione influenza anche il carattere dell’arte contemporanea.
Una delle occupazioni principali dell’arteterapeuta consiste nel salvare le immagini che altrimenti sarebbero andate distrutte. Bisogna continuamente dimostrare che gli errori non sono irreparabili e che il terapeuta è capace di aiutare in ogni momento: ho suggerito che la nostra epoca moderna è caratterizzata da una fame nascosta per l’arte: questo è legato all’assenza di arte nel tessuto della nostra vita quotidiana. Ho suggerito che fenomeni del XX secolo come la proliferazione di corsi d’arte per dilettanti, i pellegrinaggi instancabili dei turisti ai luoghi delle arti delle epoche passate e, sì, l’avvento dell’arteterapia sono una risposta a questa fame. Solo nella nostra epoca le nostre costruzioni – la nostra architettura, i nostri veicoli e gli oggetti di uso quotidiano – diffondono bruttezza e desolazione sulla faccia della terra.
Lungi dal confermare la nostra esistenza e le nostre aspirazioni, il nostro mondo fatto a macchina ci assale, ci confina, ci riduce a cifre. In una certa misura siamo tutti necessariamente, resi autistici, assaliti da stimoli visivi, uditivi e olfattivi caotici che non forniscono informazioni utili, e impariamo a escluderli. Ci alleniamo alla resistenza passiva negli ingorghi e nelle metropolitane immobilizzate. La psicoanalisi ci ha insegnato molto sulle lesioni psichiche subite quando alle pulsioni sessuali e aggressive vengono negati i canali di gratificazione. Uno dei mali del nostro tempo, la crescente incapacità di sperimentare qualcosa con forza, può essere collegato all’abitudine di sopprimere gli stimoli. La protezione dalla stimolazione schiacciante è pagata dalla perdita della risposta emotiva alla percezione: una specie di morte vivente. Poiché persista un incresparsi dell’esperienza, occorre produrre stimoli rozzi ed eccessivi per penetrare nel nostro guscio protettivo. L’abitudine a tali stimoli offusca ulteriormente la capacità di rispondere all’esperienza ordinaria, e ne consegue un circolo vizioso, così che gli esseri umani appaiono alienati dall’ambiente oltre che da se stessi”.
Edith Kramer
