Riflessioni, articoli, saggi

1. Un mio estratto dal saggio: il concetto di malattia nel pensiero di M. Foucault

Il corpo si riempie di piaghe, sanguina, secerne liquidi organici, si assottiglia o si gonfia, si decompone nella sofferenza. Il corpo richiede un’indagine accurata da parte del medico che scruta tra le piaghe della malattia. Il corpo è però anche il luogo di riflessioni che fuoriescono dall’ambito medico, che tentano di circoscrivere e di liberare, di delimitare e di far emergere.

Ne La nascita della clinica (1966) Foucault studia  i meccanismi dell’indagine medica, ne segue lo sviluppo, cercandone le tracce trasformative. La trasformazione è operata dal male, che colpisce gli organi e muta l’ordine dell’esistenza in ciò che rende muta la parola: il dolore. Il dolore ammutolisce e su questo silenzio intere istituzioni sono state costruite e in esso trovano la propria forma di sussistenza. Platone, nella Repubblica afferma, a proposito del rapporto tra   la polis e la medicina, che “nessuno può concedersi il lusso di restare malato e di curarsi per tutta la vita”. Il problema non è molto differente per i medici-filosofi (Tissot e altri medici di fine 700) che Foucault prende in esame: anch’ essi si interrogano sul modo meno dispendioso per curare i malati:  l’ospedale, in cui  il malato sarà più facilmente controllato, diagnosticato e guarito, presenta effetti collaterali non previsti; la malattia da ospedale, la malattia della malattia colpisce i ricoverati. “La malattia nell’ospedale incontra subito una forma di complicazione che i medici chiamano febbre delle prigioni o degli ospedali,… il contatto con gli altri malati in questo giardino disordinato in cui le specie si incrociano, altera la natura propria della malattia e la rende più difficilmente leggibile”. L’ospedale dovrà quindi diventare il più possibile funzionale, efficiente, asettico, ma nello stesso tempo dovrà essere evidente il fondamento comunitario che lo sottende, fondamento comunitario e caritatevole: la visita di controllo quotidiana dell’equipe medica attorno al letto di ogni singolo malato ne è il simbolo: sintetizza e rende visibile nella sintesi operata, il fondamento che regge l’istituzione stessa: il controllo della cura. Questa cura è passibile di un controllo efferato perché “si cura” nel prevenire lo sviluppo della malattia, nel fermarne il decorso: i primi sintomi devono essere bastevoli per un intervento che richiede appunto alacrità che può avere origine esclusivamente da un controllo preventivo sul corpo del malato. E il corpo necessita di un’ attenzione capillare, estesa ad ogni sua parte, ad ogni gesto, dall’atto di alimentarsi a quello di fornicare. E certo non casualmente l’opera del pensatore francese si concentrò proprio su quest’ultima funzione del corpo, ne La storia della sessualità (1984).

In queste poche righe abbiamo illustrato qualche aspetto “istituzionale” della malattia, ma  ciò che ha trasformato il concetto stesso di malattia è il sorgere di una forma descrittiva della condizione del soggetto, la forma enunciativa della normalità.

2. Stalker di Andreij Tarkovskij

In Stalker emerge il problema della libertà dell’uomo nelle sue condizioni di esistenza. La sceneggiatura contiene precisi rimandi alla prigione: come luogo di detenzione (lo stalker è stato infatti parecchi anni in carcere a causa della sua illecita attività) come limite imposto all’artista (il lamento dello scrittore costretto a scrivere per un pubblico che divora la sua arte per poi stancarsene) come incapacità (lo scienziato non riesce ad accettare i propri fallimenti e vuole distruggere la zona). Le immagini sono invece articolate in modo da costruire un’architettura naturale in cui l’uomo deve lottare per sopravvivere ma in primo luogo deve lottare contro se stesso. La zona infatti cambia a seconda di chi vi si introduce. Non è quindi rappresentato l’atto del soggetto che si relaziona con il proprio ambiente, ma è rappresentata una forma di similitudine tra il soggetto e il mondo, in cui i segni magici dell’esistenza non sono ancora scomparsi. L’infanzia di Ivan, come vedremo, è costruito su questa premessa. La prigione è l’impossibilità di questa similitudine, della comunione del soggetto con il desiderio, con l’Altro. Lo stalker è infatti libero solo all’interno della zona, dove lo scrittore e lo scienziato, individui apparentemente ben intergrati in una realtà data, non potrebbero sopravvivere senza una guida costante. Ciò che ai loro occhi sembra impervio e minaccioso è per lo stalker un elemento da accogliere e accettare. Proprio la paura di una minaccia segna il fallimento del viaggio: nessuno entrerà nella stanza. Per lo stalker la paura è un perenne moto dell’anima con cui egli si confronta: “tutto è una prigione”, tutto soffoca e avvizzisce l’anima, la fuga resta l’ultima arma per difendersi. Ma prima o poi bisogna ritornare: i legami (con la moglie e la figlia) segnano il limite della prigione onnipresente. Ne rappresentano una sorta di recinto che protegge ma dà pure il senso dell’immensa impossibilità di poter accedere, nelle strutture sociali esterne alla Zona, ad una condizione libera, umana. Questa impossibilità che lo stalker vive, diviene una potenza a lui propria: la stessa che lo rende capace di addentrarsi nelle radure dell’ignoto.